Bolzano città più cara d’ Italia

SE IL DISAGIO E’ DI «CLASSE»
di Paolo Campostrini

Eccola la scatola nera del disagio. Il nucleo che scatena la fissio­ne, il quasar antiautonomi­stico. La risposta a quell’in­definito soffio di preca­rietà che entra nei quartie­ri modello, in cima alle classifiche del verde pubblico, e ne fuoriesce carico di scorie. Il carovita morde, azzanna .le famiglie anche in piena occupazione, le scuote pur se coperte di tea­tri e di assistenza e le sbat­te in cima, ma proprio in ci­ma, alle classifiche nazio­nali della spesa. Questo è un primato, altrochè le ci­clabili. Costa meno stare nei pressi delle grandi uni­versità, vivere a due passi dagli snodi areoportuali e ferroviari, in mezzo ai più bei negozi del mondo che qui, in questa ridotta pedemonta­na, dove è difficile trovare un idraulico libero o un docente di informatica competitivo. Così, una volta di più, la qua­lità della vita a Bolzano si sfiata a rincorrere la forza del carovita. E si inizia a com­prendere come il disagio pos­sa percorrere le periferie, do­ve un etto di qualcosa com­prato in un supermercato co­sta come un etto della stessa cosa acquistato nelle vie del­la grande moda meneghina. Poi ci metti i tedeschi e gli ita­liani, i posti di lavoro aggrap­pati all’etnia più che al cervel­lo, la toponomastica e allora il disagio esistenziale può ca­ricarsi di valenze più immagi­nifiche, diventare oggetto di dibattito tra gli esperti di mi­noranze. Cose che restano, si badi bene, che contano, quan­do uno deve farsi piacere un mondo dove le case valgono come a Central Park e dun­que si aggrappa a tutto per­chè qualcosa cambi e la vita possa diventare più leggera. Incidentalmente i filosofi direbbero «oggettivamente», la questione sembra riguarda­re soprattutto gli italiani. Non il carovita, il disagio. Ma la sua stretta relazione po­trebbe farci scoprire che, al­trettanto oggettivamente, la vita costa di più quando hai meno agganci identitari, le fa­miglie d’origine più lontane, meno frequentazione di affari immobiliari, scarso radica­mento nel mondo dei commer­ci, storicamente e sociologica­mente una inesistente affi­nità con la proprietà terriera. Tutte cose che in momenti di crisi aiutano a non sentirsi so­li. Tutte cose che il mondo di lingua tedesca, senza alcuna colpa ma per il solo fatto di es­sere qui da più di mille anni, possiede più dei concittadini italiani. Ed ecco che è facile far scattare la fissione nuclea­re: alcuni non arriviamo a fi­ne mese mentre i soldi del­l’autonomia vanno da un’al­tra parte. Ora, in pochi dicono che il disagio non esiste, in tanti che è una questione etnica, in molti che si tratta solo di co­sto della vita. e che dunque ri­guarda l’Alto Adige nel suo complesso, dunque tutti tra­sversalmente. La realtà è che il carovita colpisce dove il ventre è più molle, dove le reti sociali e identitarie sono più fragili, dove c’è più lavoro dipenden­te e meno proprietà terriera, più commercio senza radici profonde e meno case avite a due passi dalla città dove far ricadere il carovita urbano quando diventa insopportabi­le.E se dopo decenni di scon­tri di bandiera, scoprissilno che il disagio è «di classe»? Che riguarda i più deboli e, in luoghi in cui la concetrazione di deboli innerva un gruppo in particolare, esso è dunque «italiano» non in quanto etnia ma in quanto gruppo so­ciale? Questa classifica che ci sbatte in prima pagina e in prima posizione come la città e la provincia più cara d’Ita­lia e una tra le più care d’Eu­ropa potrebbe allora avere un merito: certificare che qualcosa fino a ieri impalpabi­le, aereo, esiste. Ha un nome e un cognome e si annida nel­le tasche e dunque nella qua­lità della vita di un certo nu­mero di persone. Una buona base per cominciare a discu­terne seriamente. Senza fu­ghe in un nazionalismo vellei­tario ma anche senza più ali­bi per negare l’esistenza del problema.
Paolo Campostrini
p. campostrini@altoadige.it
(dall”Alto Adige” di oggi)

Lascia una Risposta