Milano, case popolari e anziani a rischio

>>>Tanti abusivi. Vivono nel 30% degli alloggi del quartiere. E qui hanno conquistato appartamenti su appartamenti. L’ultimo è il bilocale al piano sopra quello di Maria. «Due settimane fa è morta una signora. Tre giorni dopo, m’ha svegliato un rumore tremendo: “Oddio, il terremoto”. Mi sono stretta al letto: “Passerà”». Il terremoto è passato quando tre nordafricani hanno finito di buttar giù la porta a colpi di mazza e piccone.
In via Inganni 67, e al Giambellino, al Lorenteggio, allo Stadera e alla Comasina, insomma in ogni benedetto quartiere dove sono sparpagliate le 72 mila case popolari, da che mondo è mondo si occupano gli alloggi. Cinquemila abusivi. Stima (per difetto) di Carmela Rozza, ex leader del sindacato inquilini Sunia e oggi consigliere comunale diessina, che chiede al Comune di «muoversi». Dopo decenni di «latitanza amministrativa e di assenza di controlli, sarebbe ora. Le periferie sono state abbandonate, e non è un luogo comune, una frase retorica, il solito slogan».
E no: periferia sono questi caseggiati di via Inganni e la storia di Maria. Salita dalla Puglia dietro al marito capomastro. Anni 63 di matrimonio: «Un bravo ragazzo. Lavoratore. Persona a modo. Bell’uomo, anche, e non lo dico perché l’ho sposato». Mostra la foto delle nozze. Bianco e nero. Cornice. Lui con i baffoni. Lei minuta. «Qualche tempo fa, m’ha lasciato. S’era stancato…Però è morto a 92 anni e sei mesi, mica briciole. Ah, ci fosse stato lui». Che cosa avrebbe fatto? «Sarebbe andato da quei tipacci lì, italiani e stranieri, che occupano le case e avrebbe detto: “Andate a lavorare”. Una bella ramanzina. E, poi, con lui vivrei tranquilla».
Non così: mezza sveglia la notte, soprassalto a ogni rumore, paura a ogni passo, e la pensione bruciata nella posa delle inferriate sulle finestre. «Mi devo difendere. Chi ha montato le inferriate dice di star tranquilla: non si passa. Io gli credo». Certo, resta la porta. «Già. Deve vedere questi qui come sono attrezzati. Perché io li ho visti. Ho sbirciato qualcosa. Hanno pure i martelli pneumatici. Si capisce: se vogliono buttar giù la porta, lo fanno. Ma non lo faranno. Sono cattivi. Non stupidi. Aspettano».
Aspettano che Maria se ne vada. Che dia retta al dottore. Che dica sì al ricovero. «No, niente ospedale. Non se ne parla. È casa mia. Ci vivo da 54 anni. Ci ho cresciuto i figli». E ha visto il mattone avanzare attorno. Maria si alza, scosta la tenda, accarezza quelle costose inferriate: «Guardi in fondo. Dove c’è il palazzo. Nel 1953 c’erano campi. Guardi a destra, dove c’è la gru. C’erano campi. Campi dappertutto. Adesso, solo palazzi». Palazzi e palazzi e palazzi «che mi coprono il sole. E non dicano che amen, tanto sono quasi cieca. No: il sole ci deve essere, in ogni casa». La signora chiude la finestra. Rimette a posto la tenda. «Dai mamma, siediti», le fa la figlia. Tre, i figli: due femmine, la prima e l’ultima, e nel mezzo un maschio. «Per fortuna ho loro. Vengono a trovarmi, mi aiutano, mi sgridano. Però non mi va di pesare troppo. Hanno le loro vite. E sono vecchi». Come vecchi? «Guardi che la maggiore ha 70 anni, ormai».
I figli abitano nelle loro case. Maria è gelosa della sua indipendenza. «Ce la faccio, ce la faccio. Limito gli spostamenti. Quando posso, faccio venire la gente da me anziché andare io da loro». E chi viene? «Don Guglielmo, lui sempre. Bravo, don Guglielmo. Celebriamo la Comunione in salotto. Preghiamo. E parliamo. Finito tutto, d’accordo. Ci raccontiamo le nostre storie. I nostri ricordi». Quali sono, i suoi? «Lo so che sono anziana e fuori stagione. Che i miei tempi sono lontani. Ma mi piace ricordare quando, all’inizio, nell’appartamento di via Pioppette, in zona Vetra, la sera uscivamo per andare al cinema e lasciavamo la porta aperta. Mai sparito nulla. Anche perché eravamo poverissimi. Mio marito lavorava in cantiere, e alla pausa pranzo girava la città per cercare altri impieghi per il sabato e la domenica». E lei? «Io facevo il mio. Sarta. Lo faccio ancora, sa? Lavoretti, piccole riparazioni, per arrangiarmi da sola».
Nel cortile passa un gatto spelacchiato, secco secco. Un ragazzetto parcheggia lo scooter, lo lascia acceso, si mette al telefono, il bolide se ne sta a smarmittare per un quarto d’ora. Carmela Rozza, in via Inganni, ci viene appena può, ascolta i residenti. «Serve un censimento degli appartamenti delle case popolari. Dobbiamo conoscere il numero esatto degli abusivi e, tra questi, capire chi e quanti sono i delinquenti. Perché non si può lasciare signore come Maria sole e indifese». Davanti al tavolo tanto lucido che ci si specchia, Maria intreccia le mani: ecco le unghie. Sorride: ecco i denti. Il cuore, quello, «è ballerino, fa i dispetti». Se ne sta nascosto sotto il golfino di lana, «l’ho rammendato io, sa?». Cuore ballerino. Cuore buono. «Ai giorni nostri, abbiamo tutto. Proprio tutto. Ma ci manca la cosa più bella». Qual è? «Volerci bene».
di Andrea Galli (Corriere della sera)
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Una Risposta a “Milano, case popolari e anziani a rischio”

  1. emilia leanza Dice:

    Quanto sta succedendo è assurdo, sono veramente disgustata e spaventata per quello che può accadere a un povero cittadino.
    Appropiarsi dell’abitazione di una persona è un atto illecito (almeno lo credevo fino a ieri), assurdo, ma quello che mi sorprende ancora di più è che le Istituzioni riescano, in certi casi, a garantire l’alloggio a chi ha commesso il reato ai danni del possessore del diritto.
    Veramente incredibile !

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